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C’è stato un tempo in cui scegliere significava prendere posizione, anche da bambini. Non perché mancassero le alternative, ma perché ogni scelta aveva conseguenze. Prima di Facebook, prima dello streaming, prima dello scroll continuo, prima che tutto fosse disponibile subito, scegliere faceva parte della quotidianità.
È la storia di una generazione cresciuta senza gli algoritmi, quando il tempo non era ancora scandito – e spezzato – dalle notifiche dei social e l’immaginario non passava da uno schermo personale, ma da un salotto, da una VHS consumata, da una scelta fatta insieme. Ed è da lì che il cantautore torinese Gianpaolo Pace guarda il presente, usando il passato non come abito nostalgico, ma come termine di confronto.
C’è stato un tempo in cui l’infanzia non era mediata da uno schermo individuale, ma da oggetti condivisi, rituali collettivi e scelte che avevano un peso concreto. Le alternative esistevano, ma non erano infinite, e proprio per questo richiedevano una presa di posizione. Scegliere significava rinunciare a qualcosa, accettare un limite, imparare a stare dentro una decisione.
Quella grammatica elementare dell’infanzia, fatta di attese e compromessi, continua a orientare oggi una generazione che è diventata adulta senza accorgersene, attraversando il passaggio dall’analogico al digitale mentre lo stava ancora imparando.
“Lamù o Sampei?”, il nuovo singolo di Gianpaolo Pace per Pako Music Records, nasce esattamente in quello spazio di confine tra analogico e digitale, tra maturità e disincanto, tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. Il brano si muove in un territorio intermedio, dove il passato non è un rifugio e il presente non è un approdo definitivo.
Nel testo il passato non viene mai idealizzato. Appare così com’era: frammentato, disordinato, a volte persino ingenuo. I floppy disk convivono con la Panda, il Costanzo Show con la “Lambada”, la morte di Vialli con i sogni di ricchezza visti in Blow. Non c’è compiacimento, ma una sequenza di immagini che chi ha vissuto quegli anni riconosce immediatamente, senza bisogno di spiegazioni.
È il racconto di un’età in cui si cresceva “Tra palco e realtà”, con la sensazione costante di essere in mezzo: tra quello che si desiderava e quello che sembrava possibile, tra promesse fatte con il mignolo e progetti lasciati a metà. Le sigarette fumate di nascosto, le cassette mangiate dallo stereo, le notti davanti a una VHS che non stancava mai non vengono caricate di simbolismi forzati.
Sono semplicemente punti fermi. Cose piccole, abitudini ripetute, certezze minime che davano forma al tempo e al futuro. Un futuro che non aveva bisogno di essere continuamente ridefinito, ma che appariva abbastanza stabile da poterci stare dentro.
Nel testo di “Lamù o Sampei?” ritorna più volte una parola chiave: sopravvissuti. Sopravvissuti ai floppy disk, a Netlog, a un immaginario televisivo e musicale che non prometteva ricchezze o salvezze, ma offriva comunque appigli. Non c’era la garanzia di arrivare lontano o di avere successo, ma c’era l’idea che si potesse arrivare da qualche parte con un sogno in tasca.
La generazione raccontata da Pace non viene descritta come privilegiata né come sconfitta. È una generazione che ha attraversato i cambiamenti senza istruzioni, adattandosi a un mondo che mutava mentre lo si stava ancora imparando. Sopravvivere, qui, non significa resistere al tempo, ma restare riconoscibili dentro il cambiamento.
La promessa di futuro vista dall’infanzia è uno dei nuclei centrali del brano. Frasi come «Comunque massimo a trenta io mi sposo, lo sai? Perché altrimenti un figlio non lo farò mai» o «io alla tua età» raccontano un’epoca in cui il domani era pensabile perché aveva contorni riconoscibili.
Non si trattava di modelli da imitare o di un’idea unica di riuscita, ma di una stabilità accessibile, fatta di continuità e quotidianità. Un futuro che non chiedeva di essere eccezionali, ma semplicemente presenti. È proprio questo che il brano mette a fuoco nel confronto con il presente: un tempo che ha moltiplicato le possibilità, chiedendo in cambio una costante ridefinizione di sé.
Quando Pace canta dei Tamagotchi “uccisi” o delle modifiche alla Play, non compie un’operazione di recupero pop. Racconta il momento in cui il gioco smette di essere solo gioco e diventa allenamento all’attesa, al limite, al “no”. Anche la noia costante non viene demonizzata, ma restituita per quello che era: una condizione da attraversare, non un problema da eliminare.
La domanda finale, «Scegli: Lamù o Sampei?», non riguarda più solo l’infanzia. È un quesito rivolto agli adulti di oggi, a chi vive in un tempo che chiede velocità ma non direzione. Non per tornare indietro, ma per capire se siamo ancora capaci di scegliere qualcosa — una cosa sola — e restarci dentro, assumendoci la responsabilità della rinuncia che ogni scelta comporta.
Gianpaolo Pace è un cantautore e musicista italiano nato a Torino il 18 settembre 1983. Si appassiona alla musica fin da bambino, iniziando a suonare il pianoforte a sei anni, per poi passare allo studio della fisarmonica a dodici e, infine, a quello della chitarra a diciannove, assecondando una crescente necessità di scrivere canzoni.
Nel giugno 2017, dopo aver scritto, composto e prodotto una serie di release confluite in un concept mai pubblicato, chiude la manifestazione Piemonte Pride accompagnando con i suoi inediti la presentazione del libro “Dillo tu a mammà” di Pierpaolo Mandetta. Nel 2018 pubblica il suo primo album ufficiale “Da quando non ci sei”, contenente il singolo “Le tue parole”, finalista al Premio Lunezia 2019.
Parallelamente alla carriera discografica avvia l’attività di attore e doppiatore, prestando la voce a cartoni animati, serie TV, film e documentari per le principali emittenti nazionali e piattaforme streaming. Fonda inoltre la compagnia teatrale ConTatto, con cui porta in scena spettacoli inediti in tutta Italia.
Nel 2022 pubblica il singolo “Esclusi i presenti”, apripista dell’omonimo progetto full length che segna il suo primo contratto discografico con l’etichetta PaKo Music Records. Il disco racconta, attraverso undici tappe, il decadimento del comportamento umano e l’inclinazione crescente all’individualismo, tema centrale anche nel brano “Non in nome mio”, scritto e interpretato con Lorenzo Santangelo. Artista eclettico e trasversale, Gianpaolo Pace attraversa pop, rock, elettronica, folk, jazz e reggae rimanendo fedele a una visione coerente e personale.
Scritto da: WebLive TV
Music & Media Press Elisa Serrani
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