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“Come vernice”, disturbi alimentari e relazioni tossiche nel nuovo album di Duedimé

today24 Settembre 2026

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Relazioni disfunzionali, manipolazione e disturbi alimentari raccontano cosa accade quando un legame tossico entra nel corpo e trasforma lo sguardo su se stesse. Duedimé scrosta dieci anni di vita in “Come vernice”, un percorso in dieci tracce scritte in un decennio che affrontano il rapporto con il cibo e con il proprio corpo, la depressione, il desiderio di occupare meno spazio e la fatica di distinguere la propria essenza da ciò che qualcuno ci ha convinto di essere.

“A volte vorrei essere ossa, quella taglia in meno che manca”. “Chiedo scusa se esisto e se occupo un posto”. “Ho lasciato il cuore in un barattolo, ne vedo il fondo ma non lo sento, tra qualche ora sarà un peso addosso e io sarò da sola a ricominciare da me. Sei tutti i chili che ho addosso e tutto il tempo che ho perso”.

Prima arrivano le parole, i giudizi, le accuse e le colpe attribuite abbastanza a lungo da diventare plausibili per chi le riceve, fino a farsi misura di sé e del proprio valore. Successivamente quelle frasi modificano la percezione individuale, rendendo difficile capire dove finisca ciò che siamo e dove inizi ciò che altri ci hanno convinto di essere. Duedimé ha impiegato dieci anni e dieci canzoni per tornare a distinguere i due piani: da questa consapevolezza nasce “Come vernice”, debut album prodotto da Roberto Terranova e disponibile su tutti i digital store per INDACO Records/ADA Music Italy. Il lavoro è ascoltabile su Spotify.

Il titolo richiama la vernice intesa come metafora di ciò che si deposita addosso all’interno di un rapporto disfunzionale fino ad alterare la visione di sé, con strati sovrapposti che finiscono per sostituire la forma originaria. Scrostarli rappresenta l’operazione inversa, utile a separare ciò che appartiene davvero alla persona da quanto creduto proprio nel tempo. Il disco si apre con “Zero (preludio)”, in cui l’artista fissa uno specchio senza riconoscersi, e termina con “Come vernice (epilogo)”, dove l’immagine deformata viene rifiutata: “E come vernice lo strato si scrosta e non ho la forma dei tuoi tocchi”. Tra i due estremi emergono manipolazione psicologica, bisogno di essere scelta, perdita d’identità, rapporto complicato con cibo e peso, depressione, rabbia, tentativi di allontanamento, ricadute e riconquista del proprio spazio. L’album non si colloca a guarigione avvenuta, ma attraversa le fasi in cui si riconosce la situazione senza riuscire ancora a uscirne del tutto.

Le conseguenze invisibili della manipolazione e il rapporto con il corpo

La violenza psicologica nella coppia riguarda una quota rilevante di donne: stando ai dati Istat riferiti al 2025, il 17,9% di chi ha o ha avuto un partner dichiara di averla subita, dato che sale al 27,9% tra chi ha un ex compagno, manifestandosi attraverso controllo, isolamento, svalorizzazione, violenza verbale, minacce e intimidazioni. Il disco insiste sulle conseguenze invisibili che continuano a incidere a lungo dopo la rottura. Se il corpo è visibile, resta nascosto ciò che spinge a misurarne il valore e a modificare il rapporto con il nutrimento per occupare meno spazio, ipotizzando che essere “meno” equivalga a essere abbastanza.

In “Sei tutti i chili che ho addosso”, l’artista unisce peso fisico e tempo perduto: “Sei tutti i chili che ho addosso e tutto il tempo che ho perso”. I chili segnano il bilancio lasciato dalla relazione mentre il giudizio continua a condizionare lo sguardo corporeo, generando un malessere che colpisce lo stomaco, “mi fai svegliare ogni giorno con lo stomaco rotto da menta e caffè senza zucchero”, all’interno di una città vissuta in modo anestetizzato: “Bologna è un cumulo di passi, li cammino e non li sento”. L’immobilità blocca le prospettive future, “Forse il futuro mi è passato accanto ma non ho la forza per guardare attorno a me”, traducendo il tempo perso non solo in anni trascorsi, ma in occasioni e frammenti di vita scivolati via nel tentativo di resistere.

Il tema alimentare prosegue nelle tracce successive. “Si chiama Karma o si chiama Fortuna” è nata durante una fase critica di binge eating: la scatola di biscotti vuota e lo stomaco che grida “non voglio più niente” cedono il passo a “carboidrati e incertezze”, legando la sazietà al senso di colpa e al tentativo di colmare un vuoto estraneo alla fame. In “Equilibrio (questo sconosciuto)” il corpo affronta imposizioni rigide quali dimagrire, camminare, mangiare poco e spesso, a fronte di un contesto circostante percepito come realizzato da cui sentirsi esclusa. Pur senza pretese diagnostiche, i richiami a peso, cibo e taglia delineano un quadro in cui la corporeità resta inseparabile dal vissuto emotivo. In “Non farò a meno della vita”, dopo aver desiderato di essere “ossa”, l’autrice osserva: “Faccio a pugni con me stessa ma poi mi dico che le ossa, quelle no, non riescono a cantare”. Senza pretendere un’accettazione istantanea, il pensiero blocca la volontà di ridursi, ricordando che il corpo consente di cantare, respirare e vivere.

Un percorso sonoro e autobiografico lungo dieci anni

I brani sono nati nell’arco di un decennio: alcuni risalgono ai diciannove anni nei viaggi regionali verso il Conservatorio, altri alla permanenza romana tra studio e impiego in caffetteria, altri ancora al periodo bolognese. Riletti a distanza, i testi hanno mostrato una matrice comune fatta di dipendenza affettiva, depressione, disturbi alimentari e annullamento nello sguardo altrui, componendo il racconto involontario di una lunga fuoriuscita da quella condizione.

“Nella scrittura di queste canzoni ho deciso, come punto di partenza, di abbracciarmi, comprendermi e perdonarmi”, spiega Duedimé, descrivendo le tracce come un processo catartico e di elaborazione personale sviluppato mentre gli eventi erano ancora vicini. La veste sonora si fonda su pop, pop-rock e indie, integrando elementi blues, tocchi elettronici e canzone d’autore italiana con l’attenzione incentrata sulla parola.

“Come vernice” esplora quanto il giudizio altrui possa intaccare la percezione personale e la quantità di tempo necessaria per distinguere la propria natura dai condizionamenti esterni. Le tracce evidenziano come la complessità maggiore risieda nel superare gli strascichi lasciati nel modo di amare, alimentarsi, rispettarsi e progettare il futuro. Il lavoro ritrae la fase intermedia in cui non si è più del tutto dentro il dolore ma non ancora del tutto fuori, dove rimuovere lo strato permette di ritrovare la propria fisionomia e ricominciare senza delegare ad altri la propria definizione.

La sequenza dei brani e l’analisi dettagliata del disco

“Come vernice” – Tracklist:

  1. Zero (preludio)

  2. Abitudinaria novità

  3. Sei tutti i chili che ho addosso

  4. Si chiama Karma o si chiama Fortuna

  5. La ragazza che non c’è

  6. Non farò a meno della vita

  7. Equilibrio (questo sconosciuto)

  8. La danza

  9. Negazioni

  10. Come vernice (epilogo)

“Come vernice” – Track by track:

  1. “Zero (preludio)” apre il disco nel momento in cui Duedimé non riesce più a riconoscersi nello sguardo che ha imparato ad avere di sé. Fissa prima un muro, poi uno specchio nel quale non si ritrova. È ancora emotivamente ferma davanti alla persona che l’ha fatta sentire irrilevante: “Sono una per gli altri, zero per te”. Il giudizio dell’altro determina il suo valore mentre ne cerca il nome, l’odore e le parole, restando legata a quella dinamica da cui prende avvio la risalita.

  2. In “Abitudinaria novità” compare l’espressione che incrina lo schema precedente: “sono io la mia cura”. Prima di tale approdo emerge la tendenza a scusarsi per la propria esistenza: “Chiedo scusa se esisto e se occupo un posto”, per poi correggere l’intento in “Avrei dovuto chiederlo a me”. La presenza di un livido sul braccio testimonia i segni lasciati dalla relazione sul corpo, nei sogni e nella legittimità di occupare spazio.

  3. “Sei tutti i chili che ho addosso”. Bologna illumina ogni cosa tranne la protagonista. La traccia correla la conclusione del rapporto alla sfera corporea e nutrizionale. Le luci urbane, i treni, il caffè amaro e la memoria di un lavandino condiviso delineano i contorni di una mancanza che riguarda l’altro ma soprattutto la presenza di sé nel proprio tempo.

  4. “Si chiama Karma o si chiama Fortuna” adotta toni ironici senza sminuire la complessità del vissuto. Il pezzo nasce durante una fase severa di disturbo da alimentazione incontrollata: la scatola dei biscotti viene svuotata nella notte e alla pienezza, “lo stomaco grida: non voglio più niente”, segue subito il ritorno al cibo con “ed io ancora carboidrati e incertezze”. Il cibo tenta vanamente di compensare un vuoto non fisiologico. Stanchezza, rabbia e sarcasmo affiancano la constatazione di essere stata amata “per finta, per tristezza o paura”, fino all’immagine del fiore che germoglia senza chiedersi se abbia diritto di esistere: “Un fiore non sceglie, un fiore fiorisce senza pensare”.

  5. “La ragazza che non c’è” descrive la sensazione di annullamento vissuta accanto a qualcuno, condizione presente anche senza un distacco fisico: “Da due mesi nella stessa stanza, io di nuovo non sono abbastanza”. Il tentativo di chiarirsi viene accostato all’atto di far “ingoiare una goccia al mare”, tra pensieri stagnanti, promesse simili a vetri rotti e un silenzio che genera eco.

  6. “Non farò a meno della vita” rappresenta l’interruzione della volontà di rimpicciolirsi. La canzone tratta apertamente il disagio corporeo e la pulsione a sparire: “A volte vorrei essere ossa, quella taglia in meno che manca”. A tale pensiero subentra la consapevolezza artistica: “Ma poi mi dico che le ossa, quelle no, non riescono a cantare”. Musica e vocalità diventano la ragione per restare. L’autrice rivendica elementi naturali e dettagli quotidiani senza dichiararsi improvvisamente guarita, scegliendo la presenza e concedendosi il pianto a lungo trattenuto.

  7. “Equilibrio (questo sconosciuto)” raccoglie l’incalzare di sollecitazioni esterne quali dimagrire, camminare, studiare e agire, evidenziando tramite il sarcasmo l’inadeguatezza dei giudizi altrui. Si contrappongono l’omologazione sociale, “tutti laureati, fidanzati, realizzati, tutti un po’ Mulino Bianco”, e le notti insonni trascorse a interrogarsi sui propri sbagli. Emergono le frasi svalutanti subite nella coppia come “Sei solo una bambina, sempre lì a sognare” e “qui serve uno bravo”, conducendo al rifiuto di chi pretende di imporre modelli di equilibrio.

  8. Ne “La danza” il movimento iniziale viene subito: la stretta altrui aumenta, manca il controllo e subentra la caduta nella stanza, prima che una mano intervenga a sollevare la protagonista. Nel finale il ballo non è più patito passivamente ma vissuto con leggerezza e consapevolezza: la caduta si trasforma in riso all’interno del medesimo spazio, vissuto ora con un approccio mutato.

  9. “Negazioni” affronta la gestione della solitudine evitando di colmare il vuoto con nuove presenze. Brano incentrato sulla distanza e sulla lucidità, rifiuta l’odio, l’oblio forzato o la distrazione continua, valorizzando la capacità di abitare il silenzio: “Di me ho scoperto quel meglio, quello che con te io avevo perso”, per scongiurare il ritorno a dinamiche pregresse.

  10. “Come vernice (epilogo)” torna al quesito iniziale sulla propria identità autentica. Duedimé individua i tratti modellati da altri e i comportamenti assunti per timore o conformismo. Lo strato superficiale cede: “Lo strato si scrosta e non ho la forma dei tuoi tocchi”. Riconoscere la forma originaria precede qualsiasi cambiamento, mentre il testo si rivolge direttamente all’autrice: “Non spargere te stessa al vento invece di investire su di te, non sei tenuta a dissetarti di lui quando non vuoi per cercare d’innaffiarti un po’”. Il brano sigilla il proposito di ripartire senza farsi definire da sguardi esterni.

Il profilo artistico e il percorso di Cristiana Antoniani

Duedimé, all’anagrafe Cristiana Antoniani, è una cantautrice molisana nata nel 1997. Avvia la scrittura di brani e versi durante l’adolescenza insieme allo studio del pianoforte; la poesia “La mia casa” compare nel volume “CET – Scuola Autori di Mogol” per Aletti editore. Consegue la laurea con lode in canto pop-rock al Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone e ottiene borse di studio presso il CET di Mogol e l’Art Voice Academy di Castelfranco Veneto diretta dal Maestro Diego Basso. Conquista inoltre il Premio della Critica e della Stampa all’Humanity Music Festival – Omaggio a Mango interpretando “Io ti vorrei parlare”, esaminata da giurati quali Alfredo Rapetti Mogol, Fabio Liberatori e Ricky Portera, alla presenza di Laura Valente.

Sul piano concertistico si esibisce come corista e solista con la Gerardo Di Lella Grand Orchestra al Ravello Festival e a Stay in Pompei, partecipa a “MusicAll” con gli interpreti di Notre Dame de Paris e prende parte al “Symphony Tour” di Roby Facchinetti nei teatri italiani e su Rai 1 a “Domenica In”. Partecipa al tour “Diego Basso Plays Queen” insieme a Stef Burns e Kerry Ellis tra Italia e Svizzera, oltre a “Disney in Orchestra” con tappe al Teatro Ariston di Sanremo e al Teatro dell’Opera di Tirana. Il progetto artistico unisce introspezione a un tratto ironico e diretto. Anticipato dalle uscite “Sei tutti i chili che ho addosso”, “Non farò a meno della vita” ed “Equilibrio (questo sconosciuto)”, l’album d’esordio “Come vernice” è pubblicato a fine settembre 2026.

Scritto da: WebLive TV

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