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“Piramide” di Andrea Gioè: sei brani per togliere la Sicilia dal mito e riportarla ai fatti

today12 Dicembre 2025

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Cu sì scanta rà muarti è un uamu muaittu. Cu arriesta pì com’è vivi pì siempri»
(«Chi ha paura della morte è un uomo morto. Chi resiste per come vive, vive per sempre»)

Dentro “Piramide” di Andrea Gioè c’è un figlio che parla al padre, un siciliano che ha vissuto lontano senza smettere di sentirsi tale, un uomo che attraversa gli affetti senza indulgere al sentimentalismo e un musicista che rifiuta di trasformare la criminalità organizzata in cartolina o folklore da intrattenimento. Un progetto che non cerca mito, non chiede indulgenza e non costruisce leggende: resta nei fatti, nelle ferite, nella verità nuda.

Ascolta su Spotify.

Un archivio riaperto per responsabilità, non per nostalgia

“Piramide” (A.G. Production / Pirames International) raccoglie sei brani scritti tra il 2004 e il 2017 e mai pubblicati prima. Gioè li aveva custoditi come documenti di un tempo irrisolto, canzoni nate per necessità più che per pianificazione, appunti di anni in cui dire la verità significava esporsi e la musica era ancora un luogo, forse l’unico, in cui farlo senza compromessi.

Oggi quelle tracce diventano un gesto di resa e liberazione, un modo per consegnare alla luce ciò che era rimasto in sospeso. Non un ritorno al passato, ma il bisogno di metterlo in ordine e chiuderlo, una volta per tutte.

Sicilia, esposizione mediatica e rifiuto della retorica

In un momento in cui la Sicilia vive una nuova esposizione mediatica tra mitizzazioni seriali e rischi di semplificazione narrativa, “Piramide” rifiuta la retorica della tragedia spettacolarizzata e interviene lontano da qualsiasi racconto idealizzato. Gioè riporta l’isola alla sua gravità: memoria, famiglia, lavoro interiore, responsabilità civile.

Il disco non è un’operazione estetica: è rock’n’roll, elegia, rabbia composta, blues, desiderio di cambiamento. Chitarre in primo piano, scrittura diretta, nervosa, nessuna smussatura e nessun accomodamento. Il rock torna a fare il lavoro per cui è nato: stare dalla parte di chi non abbassa lo sguardo.

E dentro questo modo di stare nella realtà, senza vittimismo e senza autoesotismo, si avverte una fibra morale che attraversa la Sicilia quando rifiuta di farsi mito o vittima. Una linea che richiama, per postura e sguardo, altre forme di verità siciliana: la lucidità di Sciascia, le poesie ferite di Buttitta, la nudità lirica di Beppe Salvia, gli scatti senza protezione di Letizia Battaglia.

Quattro lingue per non trasformare l’identità in cartolina

Italiano, francese, inglese e siciliano convivono nel progetto come segno di una vita spesa a guadagnarsi spazio fuori senza invocare ritorni salvifici. Non è un artificio: è un modo di esistere nel mondo senza barattare la propria origine con l’auto-folklore.

“Mafia”: il disco comincia dalla denuncia che non chiede metafore

Il brano d’apertura, “Mafia”, scritto in francese e siciliano, è il punto da cui tutto parte. È una constatazione, non una posa. Il francese sembra introdurre una distanza linguistica da ciò che ferisce, ma quella distanza non attenua: amplifica.

«Mafia c’est les larmes d’un homme obligé de quitter sa terre»
(«La mafia sono le lacrime di un uomo costretto a lasciare la propria terra»)

In questa frase c’è l’esilio, la vergogna, la resa di chi non può restare. E ancora:

«Mafia c’est un père qui se suicide parce qu’il sait plus comment la nourrir»
(«La mafia è un padre che si suicida perché non sa più come sfamare la famiglia»)

Qui Gioè scarta la mitologia e mette a fuoco il lato sociale, quotidiano, disperato: non la mafia da fiction, ma la mafia come sistema che divora pane, dignità e possibilità, fino a schiacciare un uomo comune. Nel passaggio «Tout le monde plaisante sur eux mais eux ne rigolent pas» («Molti scherzano su di loro, ma loro non scherzano affatto») c’è la condanna di un linguaggio collettivo che banalizza il male, trasformando ferite in battute e tragedie in copioni.

E quando arriva «Réveille-toi! Rebelle-toi! Crie très fort: Vafanculu Mafia!» il “Vafanculu” non è provocazione: è esaurimento delle metafore, rottura netta, rifiuto di ogni normalizzazione.

Il sigillo morale arriva in siciliano:
«Cu sì scanta rà muarti è un uamu muaittu. Cu arriesta pì com’è vivi pì siempri».
Non eroismo, ma dignità misurata nella capacità di restare in piedi.

“Piramide”: un padre, una perdita, una costruzione che crolla e tenta di ricomporsi

La title track è dedicata al padre ed è un dialogo che attraversa la malattia, il lavoro, la fatica di rialzarsi dopo una perdita. «Rassegnare, dimenticare e ricominciare», canta Gioè, come chi prova a deporre il macigno per tornare a respirare. La piramide diventa immagine di costruzione e crollo, impalcatura esistenziale che si sgretola e tenta di ricomporsi.

Le due voci che si rispondono – Paolo Gioè in palermitano e Omar Bakhit in egiziano – uniscono idiomi diversi in un unico lessico: quello del ricordo che supera geografie e appartenenze. La chiusura “Ciao Pà, ti voglio bene!” non ha retorica: è gratitudine e riconciliazione nella forma più diretta possibile.

“Un Sicilien”: appartenere senza trasformare l’origine in alibi

In “Un Sicilien” Gioè mette al centro la condizione di chi parte senza smettere di appartenere. Niente culto delle origini, niente souvenir: la terra resta addosso come sguardo, postura, responsabilità. «Volcan d’énergie qui se lève toujours» è l’immagine di una sicilianità che non è vessillo, ma modo di stare nel tempo, di restare fedeli a sé stessi anche cambiando accento e Paese.

“Never betray me (… Merry Christmas)”: la musica come unica cosa che non tradisce

La luce del disco arriva con “Never betray me (… Merry Christmas)”, focus track accompagnata dal videoclip ufficiale presentato in anteprima su Sky TG24. Nata nel 2016 con la band francese Les Branlagats e riarrangiata oggi da Alex Vecchietti, è un brano sul legame indissolubile tra artista e strumento:

«My instrument never betrays me, you stay with me all my life»
(«Il mio strumento non mi tradisce mai, tu resti con me per tutta la vita»)

Il Natale nel titolo non è festa: è un’ironia dolente, un tempo in cui si finge pace mentre l’artista sceglie la verità. Se “Mafia” mette a fuoco la sofferenza, qui si intravede una via possibile: la musica come territorio che non tradisce quando tutto il resto vacilla.

“Io, noi due… mai più”: l’amore come identità che si scuce

In “Io, noi due… mai più” Gioè parla d’amore come perimetro umano che si sfalda. Non è la rottura tra due persone, ma tra un uomo e la propria immagine.

«Falsa partenza, questa vita qua. Rimango senza, un sogno dentro me. Ed io sono distrutto, non esisto più.»

Il dolore viene trattato come referto: «un cuore di vetro» che «fragile scoppierà». Gioè guarda i cocci e non li raccoglie, perché sa che il vetro incollato non torna trasparente.

“Branlagats blues in Sib”: salvare la musica e salvare anche noi

La chiusura è affidata a “Branlagats blues in Sib”, frizione pura, bilancio morale. «La voglia di salvare la musica e salvare anche noi» non è promessa salvifica: è ostinazione, responsabilità verso un mestiere e verso la propria dignità. La “polemica quasi bulimica” diventa accumulo di ciò che non si può più ingoiare in silenzio.

«Non volevo più avere paura delle mie stesse canzoni – racconta Andrea Gioè -. Le ho scritte quando non era tempo di pubblicarle. Oggi sì. Non per una questione di ego, ma per responsabilità.»

Un disco che non parla solo di un artista

“Piramide” non è un artista che si specchia nei propri brani: è un Paese che dimentica e un Sud che troppo spesso si racconta solo quando serve a vendere. Gioè sottrae la Sicilia al mito e la riporta alla realtà: una terra che ferisce ma forma, un’eredità che pesa e che si sceglie ogni giorno di reggere senza retorica.

«”Piramide” è per mio padre, ma anche per la mia terra. Ho imparato che si può restare siciliani anche da lontano, purché non si rinunci a dire la verità.» – Andrea Gioè

Tracklist

  1. Mafia

  2. Un Sicilien

  3. Piramide

  4. Never betray me (… Merry Christmas)

  5. Io, noi due … mai più

  6. Branlagats blues in Sib

Biografia

Andrea Gioè è un cantautore palermitano attivo dal 1994, autore di un repertorio che attraversa tre decenni di scrittura indipendente. Nel suo catalogo figurano oltre 370 brani, 13 album, 14 EP e 5 libri. Si è formato a Cinecittà Campus con docenti come Tosca, Fabiana Rosciglione, Maria Grazia Fontana e Gabriella Scalise. Ha firmato le musiche per tre film del regista Carlo Comito, premiati con lo Special Prize allo Sport Film Festival, e per lo spettacolo “Orlando & Rinaldo: Da Pupi a Realtà”. Alcune sue composizioni sono state interpretate da diversi artisti.

La sua discografia digitale include risultati rilevanti: “L’Eclettico” supera i 2,3 milioni di streaming, “Gioè 40” sfiora le 400mila riproduzioni e “Ardente Sogno”, prodotto insieme ad Alex Vecchietti, ha superato le 440mila. Brani come “L’Ottimista!” e “Fiamma Gemella” registrano numeri significativi sulle piattaforme, mentre “Le persone speciali” ha superato i 12.700.000 di visualizzazioni su TikTok, con oltre 40mila video realizzati utilizzando il brano. Nel 2023 “Nel cammino delle mie minchiate” raggiunge il primo posto nella classifica Radio Airplay Indipendenti con 1150 passaggi radiofonici.

L’immaginario di Gioè resta legato alla Sicilia, trattata senza cartoline né folklore: terra d’origine come punto di frizione, non come rifugio nostalgico. Lingue e paesaggi diversi attraversano la sua scrittura tra Italia e Francia, dentro un’idea di appartenenza misurata più nel modo di stare nel presente e nella responsabilità verso ciò che si è vissuto, che nella geografia. I temi ricorrenti includono rapporti familiari, scelte morali, fatica quotidiana, conflitti interiori e la capacità di rialzarsi senza abbellimenti.

Scritto da: WebLive TV

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